Chi punta l’indice
"Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto interno lordo. Il Pil comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana…”. Non è il Rapporto Stiglitz: che Sarkozy ha promosso; e dopo il quale vuole battere i piedi a livello mondiale, fino a quando non otterrà di sostituire il Pil appunto con un nuovo indice tenente conto di attività non commerciali, condizioni di vita materiale, sanità, insicurezza, ambiente, crescita delle concentrazioni di gas a effetto serra.

"Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto interno lordo. Il Pil comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana…”. Non è il Rapporto Stiglitz: che Sarkozy ha promosso; e dopo il quale vuole battere i piedi a livello mondiale, fino a quando non otterrà di sostituire il Pil appunto con un nuovo indice tenente conto di attività non commerciali, condizioni di vita materiale, sanità, insicurezza, ambiente, crescita delle concentrazioni di gas a effetto serra. Lo disse Robert Kennedy, nell’anno 1968. Insomma, non da ora liberal, interventisti e dirigisti in genere hanno messo il concetto di Pil sotto processo. Eppure, sono stati loro stessi a inventarlo. “Il più grande nostro contributo al XX secolo”, lo definirono i responsabili del Dipartimento al Commercio Usa in un apposito evento di fine millennio, il 7 dicembre 1999. Riandiamo infatti alla crisi del 1929, e a Franklin Delano Roosevelt che stava annaspando tra indici azionari, noli di auto e indici industriali, alla ricerca di un ubi consistam a cui attaccare la propria politica di intervento. Finché l’economia veniva lasciata fare da sola, non ce ne era neanche troppo bisogno. Ma il New Deal esigeva una bussola. Il Dipartimento del Commercio si affidò a Simon Kuznets: un giovane ebreo nato in Bielorussia e cresciuto in Ucraina che era emigrato negli Usa ventunenne nel 1922 e che dal 1930 era docente all’Università della Pennsylvania.
Nel 1937 Kuznets presentò il risultato dei suoi studi in una relazione al Congresso, e nel 1941 in un libro: “National Income and Its Composition, 1919–1938”. In realtà tardi per le esigenze del New Deal, ma in tempo per quelle della programmazione bellica, dopo di che col Piano Marshall Washington iniziò a esportarlo a livello mondiale. Citiamo i due Premi Nobel Paul Samuelson e William Nordhaus: “Allo stesso modo di un satellite che nello spazio può sorvegliare la situazione meteorologica un intero continente, così il Pil dà un quadro completo sullo stato dell’economia. Rende così possibile al presidente, al Congresso e alla Federal Reserve di giudicare se l’economia si sta contraendo o espandendo, se l’economia richiede una spinta o non debba essere invece frenata un poco, o se incombe la minaccia di una severa recessione o di inflazione”.
“Per la sua interpretazione, empiricamente fondata, della crescita economica, che ha portato ad una nuova e più approfondita analisi della struttura sociale ed economica e del suo processo di sviluppo”, recita la motivazione con cui nel 1971 diedero il Nobel per l’Economia pure a Kuznets. Proprio perché l’aveva inventato, però, era il primo ad avvertire sempre sui limiti del Pil: “Non si può misurare il benessere sociale in base al reddito pro capite”. Come spiega un qualunque manuale di economia: il Pil è la somma di tutti i beni e i servizi finali prodotti in un paese nel periodo considerato. Ma ne seguono problemi a catena. Come si sommano fagioli e patate, beni eterogenei? Si moltiplicano le quantità prodotte, moltiplicate per i rispettivi prezzi. E se uno si fa il vino in casa per berselo da solo? Si fa finta che lo venda. E un servizio pubblico che non si vende, tipo un carabiniere in pattuglia? Si fa finta che valga il suo stipendio, più il costo del suo equipaggiamento e dell’organizzazione di cui fa parte. E la ricchezza prodotta da coloro che quel carabiniere deve arrestare? Dipende. Contrabbando, spaccio di droga e prostituzione stanno nel Pil, se si riesce a farli emergere. Ma furti, ricatti e estorsioni no: non creano utilità, si limitano a trasferirle. La differenza tra Prodotto Interno Lordo e Netto dà conto degli ammortamenti: investimenti per compensare il logorio dell’apparato produttivo, come il camionista che compra una nuova ruota.
Non c’è rimedio all’incongruenza per cui la pulizia dei pavimenti è Pil se la fa una colf e non lo è se la fa una moglie o un marito. Vari deflattori sono stati inventati per tener conto del diverso potere d’acquisto delle valute. Uno è il BigMac dell’Economist, basato sull’assunto che gli hamburger costano più o meno alla stesso modo dappertutto. Ma andiamo al problema della Commissione Stiglitz: “I problemi di traffico possono contribuire a far crescere il Pil perché aumenta il consumo di benzina. Ma ne risulta migliorata la qualità della vita?”. E’ dal ’93 che l’Onu ha affiancato al Pil l’Indice di sviluppo umano, inventato dall’economista pachistano Mahbub ul Haq. Tiene conto del Pil pro capite, ma lo integra con l’aspettativa di vita, i livello di istruzione e l’indice lordo di iscrizioni scolastiche. Poiché si basa su numeri facilmente quantificabili, è stato preferito ad altri marchingegni teoricamente più completi. Ad esempio l’Indice di progresso genuino, inventato nel 1994: toglie dalle spese “positive” che aumentano il benessere quelle “negative” inerenti ad esempio ai costi di criminalità, inquinamento e incidenti stradali. O l’Indice del benessere economico sostenibile, elaborato nel 1989 da Herman Daly e John Cobb: toglie dal Pil i costi sociali e i danni ambientali a medio e lungo termine. Più serio l’Indice che lo statistico italiano Corrado Gini elaborò già nel 1912, e che misura la distribuzione del reddito. Sospetti sono gli indici elaborati da certi governi per dimostrare come siano i loro paesi all’avanguardia: dal Pil integrato con i “servizi dello stato al popolo” che usa Cuba all’Indice di Felicità interna lorda inventato nel ’94 dal re del Bhutan.
Nel 1937 Kuznets presentò il risultato dei suoi studi in una relazione al Congresso, e nel 1941 in un libro: “National Income and Its Composition, 1919–1938”. In realtà tardi per le esigenze del New Deal, ma in tempo per quelle della programmazione bellica, dopo di che col Piano Marshall Washington iniziò a esportarlo a livello mondiale. Citiamo i due Premi Nobel Paul Samuelson e William Nordhaus: “Allo stesso modo di un satellite che nello spazio può sorvegliare la situazione meteorologica un intero continente, così il Pil dà un quadro completo sullo stato dell’economia. Rende così possibile al presidente, al Congresso e alla Federal Reserve di giudicare se l’economia si sta contraendo o espandendo, se l’economia richiede una spinta o non debba essere invece frenata un poco, o se incombe la minaccia di una severa recessione o di inflazione”.
“Per la sua interpretazione, empiricamente fondata, della crescita economica, che ha portato ad una nuova e più approfondita analisi della struttura sociale ed economica e del suo processo di sviluppo”, recita la motivazione con cui nel 1971 diedero il Nobel per l’Economia pure a Kuznets. Proprio perché l’aveva inventato, però, era il primo ad avvertire sempre sui limiti del Pil: “Non si può misurare il benessere sociale in base al reddito pro capite”. Come spiega un qualunque manuale di economia: il Pil è la somma di tutti i beni e i servizi finali prodotti in un paese nel periodo considerato. Ma ne seguono problemi a catena. Come si sommano fagioli e patate, beni eterogenei? Si moltiplicano le quantità prodotte, moltiplicate per i rispettivi prezzi. E se uno si fa il vino in casa per berselo da solo? Si fa finta che lo venda. E un servizio pubblico che non si vende, tipo un carabiniere in pattuglia? Si fa finta che valga il suo stipendio, più il costo del suo equipaggiamento e dell’organizzazione di cui fa parte. E la ricchezza prodotta da coloro che quel carabiniere deve arrestare? Dipende. Contrabbando, spaccio di droga e prostituzione stanno nel Pil, se si riesce a farli emergere. Ma furti, ricatti e estorsioni no: non creano utilità, si limitano a trasferirle. La differenza tra Prodotto Interno Lordo e Netto dà conto degli ammortamenti: investimenti per compensare il logorio dell’apparato produttivo, come il camionista che compra una nuova ruota.
Non c’è rimedio all’incongruenza per cui la pulizia dei pavimenti è Pil se la fa una colf e non lo è se la fa una moglie o un marito. Vari deflattori sono stati inventati per tener conto del diverso potere d’acquisto delle valute. Uno è il BigMac dell’Economist, basato sull’assunto che gli hamburger costano più o meno alla stesso modo dappertutto. Ma andiamo al problema della Commissione Stiglitz: “I problemi di traffico possono contribuire a far crescere il Pil perché aumenta il consumo di benzina. Ma ne risulta migliorata la qualità della vita?”. E’ dal ’93 che l’Onu ha affiancato al Pil l’Indice di sviluppo umano, inventato dall’economista pachistano Mahbub ul Haq. Tiene conto del Pil pro capite, ma lo integra con l’aspettativa di vita, i livello di istruzione e l’indice lordo di iscrizioni scolastiche. Poiché si basa su numeri facilmente quantificabili, è stato preferito ad altri marchingegni teoricamente più completi. Ad esempio l’Indice di progresso genuino, inventato nel 1994: toglie dalle spese “positive” che aumentano il benessere quelle “negative” inerenti ad esempio ai costi di criminalità, inquinamento e incidenti stradali. O l’Indice del benessere economico sostenibile, elaborato nel 1989 da Herman Daly e John Cobb: toglie dal Pil i costi sociali e i danni ambientali a medio e lungo termine. Più serio l’Indice che lo statistico italiano Corrado Gini elaborò già nel 1912, e che misura la distribuzione del reddito. Sospetti sono gli indici elaborati da certi governi per dimostrare come siano i loro paesi all’avanguardia: dal Pil integrato con i “servizi dello stato al popolo” che usa Cuba all’Indice di Felicità interna lorda inventato nel ’94 dal re del Bhutan.